Moletto Nazario Sauro Livorno

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Venerdì 25 Giugno 2010 09:40

Una delle caratteristiche figure del Moletto “Nazario Sauro” fu  Dino Palandri, grande pescatore col “frignolo” e con qualsiasi altra specie di pesca. Appassionato di musica lirica, quindi del bel canto, come allora si definiva il complesso mixer di romanze operistiche e di autori come Tosti, leggendario per le sue romantiche romanze e per la sua storia d’amore con una principessa austriaca. Quando Beniamino Gigli, star della lirica a cavallo della seconda guerra mondiale, venne a Livorno per cantare al Goldoni, circondato dallo stuolo dei suoi segretari e ammiratori, capitò al Moletto, rimase colpito dalla bellezza del luogo e dalle figure dei pescatori, uomini forti e semplici, i volti “mangiati” dal sole e dal mare, impegnati nei loro lavori prima e dopo la pesca. Dino, dopo averlo condotto in giro per il mare nello splendore di giornate piene di sole, condusse l’ugola d’oro del melodramma mondiale in una breve gita notturna per mostrargli la pesca col frignolo. Beniamino ne rimase affascinato e le sue visite a Livorno assunsero da quel giorno la cadenza e il ritmo del “Mo- letto”. Quando il grande cantante giungeva nella nostra città, erano subito gite in barca e pranzi luculliani preparati, su preventiva ordinazione, da Elia il Bartolini, proprietario di una fiaschetteria assai nota nel rione, contento matto di servire a tavola l’ugola d’oro del melodramma, acclamata dalle folle di tutto il mondo.
Al “Nazario Sauro” non sono davvero mai mancate le cosiddette “figure”; Costanzo Ciano, il potente ministro di Mussolini che prima di ogni “Cacciuccata” pantagruelica, (in Borgo lo chiamavano”Ganascia”), si recava al Moletto con una manciata di “gavurrini” in tasca le distruibuiva a tutti quelli che incontrava. Il rione di San Jacopo teneva li il gozzo del Palio Marinaro, che, a quel tempo, si chiamava, per volere del ministro “Fabrizio Ciano”. E ancora, Silvano Mirabelli, il “datteraio” famoso per la pesca al frignolo e ricci che vendeva su un banchetto riuscendo a mantenerci la famiglia. Italo, detto “Fiume”, figura leggendaria, ancora ricordato come il lupo di mare più esperto e capace, profondo conoscitore di ogni angolo della nostra costa, anch’egli patito del frignolo, anche se la scienza marinara non aveva alcun segreto per lui. Amava, lo abbiamo già detto, la pesca col frignolo, ma era capace di compiere qualsiasi impresa, nonostante avesse una gamba sola.
Si arrampicava sugli alberi, remava come un dio, viaggiava alla vela come gli attori di Hollywood nei film dei corsari, quando saltavano tra alberi e vele come scimmie nella giungla. Aveva amato e, amava ancora appassionatamente, una donna tedesca e quando si avvicinava il giorno del suo compleanno, andava in smanie per trovare i soldi necessari per inviarle un dono. Faceva spesso coppia con Tito Terrieri, altro personaggio di spicco della storia di questo “Moletto” nella pesca al frignolo. Una coppia tra le più caratteristiche, con “Fiume”, spesso, di notte, quando la guardia dormiva, i due si recavano dentro lo specchio d’acqua dell ‘Accademia Navale, dove la pesca era sempre abbondante.
“Una notte, quando ad est si avvertiva il primo chiarore dell’alba e la brezza del mattino cominciava ad accarezzare il mondo, “un fessacchiotto, di si’uro una burba” - dice ridendo Tito - dette l’allarme e accorsero i carabinieri. Ci abbordarono con grande rumore di ferraglia, chissà chi pensavano fossimo - ride ancora di gusto il vecchio lupo di mare - e ci arrestarono, sequestrandoci tutto, anche il bel pesce messo nel retino”. I due amici furono condotti alla stazione dei Carabinieri di San Leopoldo e nessuno dei militari se la senti di svegliare il maresciallo. “Nell’indecisione, finirono per scaraventarci in una cella e, mentre noi, sdraiati sul pancaccio, ci addormentamnio senza pensieri, essi aspettarono l’arrivo del loro superiore”. I due dormivano alla grande, quando il maresciallo giunse in caserma. Fu informato confusamente del fermo di questi due “pescatori di frodo” e si recò a visitarli per prendere una decisione a loro riguardo, anche se già immaginava chi fossero. Nel rione tutti si conoscevano bene, ci si scambiava qualche battuta, si poteva anche bere un goffo di vino alla faschetteria, cosicché, quando si trovò davanti “Fiume” e Tito, tacque un momento, poi si volse verso i due uomini e disse con tono commiserevole: “Ah, sono questi due i pericolosi pescatori di frodo, pericolosi come criminali incalliti? Ma dove avete gli occhi, mi domando? Uno, eccolo li, ha una gamba sola, si regge per burletta ed è alla disperazione; l’altro, non vedete?, ha un braccio impedito, non può che arrabattarsi per afferrare qualcosa, figiiriamoci se può essere un depauperatore della fauna marina. Via, rendete tutto quanto avete sequestrato a questi due poveri cristi, anche il pesce pescato e toglietevi dai piedi.”
Quindi, rivolgendosi ai due: “Non fatevi più cogliere in fragranza di reato, la mia pazienza e quella della legge hanno un limite, perciò, smammate e non fatevi più vedere.”
Quel maresciallo sapeva vivere, eccome! Sapendo benissimo che “Fiume”, seppure con una gamba sola, potesse arrampicarsi come una scimmia sull’albero di maestra issato sulla tolda di qualsiasi nave, dispiegare le vele e salpare perpgni dove, conosceva anche la flirbizia proverbiale e l’agilità di Tito Terrieri. Lui, si. Un braccio era inutilizzato, ma quella manaccia sana poteva sciogliere qualsiasi nodo gordiano, flguriamoci se non sapeva tenere il lume e colpire con estrema precisione l’incauto pesce che navigava a pelo d’acqua, incuriosito da quella luce che forse per lui era un sole. Infine, la consapevolezza che i due avessero bisogno di fare tutti i mestieri del mondo per campare e che il maré era l’elemento che conoscevano a perfezione, lo indusse a decidere, così... li fece uscire dalla caserma: liberi e col pescato.

 

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