Moletto Nazario Sauro Livorno

Il "dirigibile" E-mail
Venerdì 25 Giugno 2010 09:51

Negli anni che seguirono la fine dell’Ottocento la zona del “Moletto” fu ai centro della vita balneare, posta com’era tra la celebre “Spianata dei cavalleggeri” e lo stabilimento balneare “Scoglio della Regina”, luogo preferito da Elisa, Regina d’Etruria, donna intelligente e colta, da considerarsi quale antesignana delle moderne femministe. Sulla “Spianata” si svolgeva la vita mondana, vi era stato allestito un grande luna park, vi erano le montagne russe e  l’armamentario dell’epoca per divertirsi ed incontrare le “bimbe”. A lato dei Bagni Trotta, in direzione “Moletto”, c’era anche il “cinematografo” all’aperto, la novità affascinante dei Fratelli Lumière che a Livorno trovò i primi grandi appassionati. Nello specchio d’acqua del “Moletto”, non ancora protetto dalle onde come oggi, attraccava il “Dirigibile”, un enorme gozzo adibito alla “Risi’a”. Da qui il Querci, con Ricciotti Polese, il “Ma’acco” e la ciurma, partivano con ogni tempo per conquistare un legno in arrivo nel nostro porto e spesso, quando infuriava la buriana, le onde si scagliavano addosso al grande gozzo nel tentativo di distruggerlo, ma la forza dei vogatori e l’abilità del timoniere riuscirono sempre a salvare questa imbarcazione da leggenda. Un gozzo che fu ricostruito e passò di mano varie volte, diventando una leggenda che culminò con la fuga del “Carducci”, non il sommo poeta dei cipressi di Bolgheri che, si dice, qualche volta d’incontrasse a Livorno con la sua amante, la celebre Regina Margherita, donna passionale e spregiudicata, considerata da molti storici come l’autentico “Re” dell’epoca umbcrtina.
Venne il fascismo e il Carducci, antifascista braccato spesso dalle “squadracce nere”, cercava di sopravivere, barcamenarsi, senza rinunciare alle sue idee. Era personaggio popolare tra i “san’ja’opini” e tra i frequentatori del “Moletto” che parteggiavano per lui, quando era costretto alla fliga e a nascondersi. Poi venne il colpo di fortuna che cambiò la sua vita. Aveva conosciuto una ricca vedova francese e se la sposò raggiungendo l’agiatezza. I due sposi passeggiavano spesso lungo la spalletta del porticciolo amato dalla gente del quartiere e da molti livornesi e, un giorno, videro che il “Dirigibile” era stato messo in vendita. Non ci pensarono due volte e lo acquistarono, tramite i buoni uffici del “Campanaro”, il vecchio Baccigalupo. I due coniugi cominciarono a navigare nei punti più pittoreschi della nostra costa: gite al Faro, costeggiando il Cantiere, davanti agli stabilimenti balneari e l’idroscamio, incantati nell’assistere al decollo e all’ammaraggio degli idrovolanti. Carducci e la “Francesa” sembravano una coppia in permanente luna di miele, ma stavano gettando polvere negli occhi ai “fascisti”, tranquillizzati dal quel via vai della coppia innamorata. Quando i sospetti caddero e la sorveglianza si allentò, il “Dirigibile” scomparve e la beffa lii sberleffo e schiaffo ai fascisti e alla loro cosidetta efficienza. Ben presto della beffa si conobbero tutti i particolari: cosi come avevano agito altri più famosi “sovversivi”, una notte i due sposi salparono dal “Moletto” e presero silenziosamente il largo in direzione della Corsica, dove giunsero sani e salvi in barba agli uomini della “disperata”.

Sono sicuramente tra quelli che hanno fuso le loro vite con la  storia più autentica del “Moletto”, diventando, col tempo, una leggenda di questo “covo” abi tato dalla gente di mare. I “Ciuhini”hanno vissuto un’esistenza costellata da pericoli e da rischi di o genere, come deve essere per chi è un autentico lupo di mare. Il mare, appunto, da essi amato su tutto e conosciuto come le proprie tasche per una osmosi incredibile che li ha resi esseri dipendenti dell’azzurra distesa, florilegio di vita e di bellezza. Il loro essere lupi di mare è dimostrato da un dato assolutamente preciso: essi avrebbero potuto arricchirsi come pochi altri, tra gli “scorridori del mare” che a Livorno hanno fatto la storia, ma lo ha impedito loro proprio questa osmosi che non conosceva possibilità alcuna di tradimento. Le loro indubbie capacità e un coraggio da leoni li hanno sempre spinti ad uscire in mare aperto, anche quando si infuriavano le grandi onde scagliate dal libeccio, signore incontrastato del nostro abitat, contro la terra, le scogliere, i contrafforti di porti e porticcioli. Queste ardimentose uscite venivano effettuate quasi esclusivamente nei momenti in cui alcune vite potevano perdersi.

L’amore per il mare e l’avventura aveva trasformato due amici, Emilio Simonti e Dino Barghigiani, in due autentici fratelli e molti tra coloro che amavano il mare erano convinti che fossero quasi gemelli, perché il tempo, il vento e il mare li aveva come scolpiti ed essi avevano finito per somigliarsi anche fisicamente. Gente umili, come le grandi figure dei romanzi di Jack London e Emest Heminguay, di cui il mare e il sole, il vento e le tempeste avevano forgiato anche il carattere; personaggi introversi, ma sempre pronti a dare una mano, capaci di raccontare un pezzo della loro vita soltanto fissandoti negli occhi. Il Moletto, rimasto abbandonato per le vicende della guerra e per l’uso fattone dai militari, italiani, tedeschi e successivamente americani, aveva 1’ aspetto di un rifugio dipinti e contrabbandieri, ma anche di una discarica a cielo aperto per i rottami e le immondizie ammucchiatesi con gli anni. I “Ciu’ini”, lo avevano preso per mano, come un “ragazzo di strada” e, con la passione e l’amore di due genitori, piano, piano, lo avevano fatto diventa- re com’è oggi, e continuano ancora a dare il loro contributo alla gente del circolo. Quando il porticciolo era anco- - ra deserto, vi ormeggiarono la loro barca e non chiesero come -— avrebbe fatto chiunque avesse messo piede per primo in una terra sconosciuta ed abbandonata, la concessione per crearli un regno tutto loro da noleggiare ai ricchi. No, sgomberarono, spazzarono via l’immondizia e anche qualche bomba inesplosa, dando un certo ordine all’insieme e, mentre lo adottavano a propria base, quartier generale delle loro imprese, aiutarono anche chi voleva ancorarci la propria barca.
Quando i” Ciu’hini” cominciarono a scrivere lapropria storia, mancava ancora qualche anno allo scoppio della seconda guerra mondiale. Furono la miseria e la fame a spingerli verso la vita sul mare.
Con un’autentica barchetta Dino e Emilio cominciarono a battere il porto e la costa, ne acquisirono una conscenza perfetta e nelle loro uscite raccolsero quanto capitava loro, dal pesce, al legno, al ferraccio, al vetro, alle vecchie cassette, fino alle munizioni e tutto quanto poteva essere recuperato. Diventarono anche “accostatori” di navi, offitndo servizi, rifornimenti d’acqua, scambio merci e da queste attività nacque anche l’impegno di pulizia del porto e, anche qualche operazione di contrabbando, a quei tempi occupazione lecita, come qualsiasi altra. Quando esplose la guen-a il porto iii chiuso ai civili e l’unica attività divenne quella della pesca, effettuata in molti modi, pur di campare. Livorno venne liberata, la città e il porto si riempirono di soldati americani e cominciò la processione delle “Liberty” cariche di ogni ben di dio. Un’occasione da sfruttare, ma lo scalo labronico era intasato dalle navi fatte affondare dai tedeschi, per rendere il porto inagibile per il proseguimento della guerra, e insieme alle navi, sui fondali c’erano anche cassoni pieni di bombe e munizioni, oltre alle mine inesplose. I

“Ciu’hini” entrarono a far parte dei protagonisti di quest’opera pericolosissima e, per rendere efficiente il nostro porto, qualcuno ci perse la vita. Molti si arricchimno, ma come abbiamo detto, Emilio e Dino non erano persone di questo tipo, l’avidità non era presente nel loro dna. Pescavano materiali ingombranti e facevano brillare gli esplosivi; ciò procurava ai due anche enormi quantità di pesce che vendevano, ma al “Moletto” c’era anche una processione di chi veniva a farsene regalare qualche chilo per la famiglia. La loro anima aveva altre passioni, tra le quali, il Moletto “Nazario Sauro”, del quale possono essere considerati i padri fondatori.Quando il bengodi creato dai “liberatori” scomparve (con il ritorno a casa delle truppe), i “Ciu’hini” elessero il Mo- letto a loro casa, occupandosi di ripulire e restaurare le barche, allestendo addirittura un piccolo cantiere per le riparazioni e la vemiciatura. Essi custodivano i natanti di chi veniva al Moletto soltanto poche volte e la cifra da pagare ai due “angeli custodi” non era davvero esosa. Quante vecchie barche hanno rimesso al mondo! Quanti naufraghi hanno salvato dal mare! mai un’azione per mettersi in evidenza, mostrando sempre grande nobiltà d’animo. Qualche operazione poco lecità? Si può dire di si, ma essi, anteponevano a tutto una piena disponibilità verso gli altri, rischiando anche la propria vita. L’entusiasmo di salvare una vita si trasformava in dolore ed angoscia quando recuperavano corpi che ne erano ormai privi o in procinto di perderla, nonostante cure e dedizione. Oggi, entrando all’interno del porticciolo, proseguendo dritti verso il Circolo Velico, si nota ancora un grande armadio in legno, la vernice blu consumata dal salmastro e dal sole; era il ripostiglio dell’officinetta dei “Ciuhini”; sudi esso capeggia, con caratteri rossi impressi a fuoco la scritta: Chi d’invidia campa, di rabbia crepa, con una stella di mare essiccata appesa accanto; era ed è ancora il motto di Emilio e Dino. Il loro girovagare per il mare e in ogni angolo di porto, iniziò con l’Aquila , la loro prima gozzetta, affondata per sovraccarico durante un “recupero”, poi sostituita da un gozzo di sette metri e mezzo che tutti gli amici del “Moletto” chiamavano “barcone”. Per tutta la loro esistenza si sono presi cura dei panfili, delle grandi barche a vela, dei grossi motoscafi d’altura dei “signori” che ormeggiavano li, al moletto. Coprivano e scoprivano le tolde, sollevavano i paglioli, levavano l’acqua della pioggia e delle mareggiate. Non esitavano un istante ad alzarsi la notte per rafforzare gli ormeggi, quando erano abbastanza precari, mettendo le barche in sicurezza. Si sono sempre occupati delle pulizie stagionali, hanno riparato argani, ormeggi, passamanerie metalliche e catene. Erano artisti, ma la loro passione era il “recupero” e, per riuscire a trovare qualche oggetto perduto o per salvare qualche vita, non hanno mai avuto paura ad affrontare la tempesta, consapevoli come in certi casi non fosse troppo facile ritornare. Questa è la legge del mare:
salvare le vite in pericolo, ed è l’unica da essi sempre rigorosamente rispettata.
Dolorosamente indimenticabili, amare e tragiche alcune esperienze vissute, come quella volta quando recuperarono il corpo di un ragazzo uscito con un amico per una battuta di pesca subacquea. Quella tragedia non l’hanno mai dimenticata, il corpo bianco, esanime e quegli occhi spalancati sul nulla, sono segnati in modo indelebile nei loro cuori. Ma quando il successo ai-rideva alla loro ricerca, ritornavano con la gioia scritta nei visi mangiati dal sole e dal mare; come quella volta che andarono a recuperare un pescatore uscito con due amici e spinto verso il largo da un guasto al motore. Trovarono i tre al largo di Cecina, in parallelo alla Meloria, infreddoliti ed impauriti e, mentre li conducevano alla base del “Moletto”, cercarono di convincerli a non mollare la barca e la canna.

 

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