Moletto Nazario Sauro Livorno

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Dino e la sua 'ombrincola E-mail
Venerdì 25 Giugno 2010 10:21

Tra gli anni sessanta e settanta, una “combrincola” di operai del Cantiere Navale “Luigi Orlando” era la più fedele frequentatrice del Moletto “Nazario Sauro”. Tuffi appassionati del mare e della pesca, dopo i pesanti turni in fabbrica, venivano in questo luogo ideale per trascorrere il resto della giornata in compagnia degli amici, preparando attrezzature, curando la barca, preparando partite di pesca nei giorni di festa. Quando il mare non lo permetteva o nella stagione invernale, era il gioco delle carte, briscola e scopa su tutti, ad essere il passatempo preferito. Si giocava, si chiacchierava, la voglia di scherzare non mancava mai, si giocava il caffè, ma spesso in palio non c’era nemmeno quello. L’importante era vincere, sfottere i perdenti con le battute al vetriolo tipiche dei livornesi. Della combrincola facevano parte molti dei personaggi che hanno fatto la storia del “Moletto”; di qualcuno si è perduta la memoria e il ricordo; ma di sicuro l’animatore della combrincola chi potrà averlo dimenticato?: Dino Malanima, classe 1906, fisico mingherlino, grande fumatore di sigarette; un artista nel fondere qualsiasi metallo, tanto da lasciare anche qualche pregevole testimonianza di un’autentica arte, come lo stemma di San Marco appeso nel quadrato di alcune belle navi.

Abitava in piazza Mazzini, di fronte all’obelisco e ogni volta che “smontava” dalla fabbrica, il suo riiùgio era il “Moletto”, se non altro per respirare l’aria salmastrosa che rigenerava i suoi polmoni affumicati dalla saldatura. Il raggio d’azione della sua vita era contenuto in un solo chilometro: casa, fabbrica e “Moletto”.
Tra gli amici fedelissimi di Dino Malanima c’era “Puntino”, uno dei soliti soprannomi affibbiati in abbondanza nei luoghi di lavoro e nei rioni e con lui il Dazzi. Con essi Dino trascorreva tutto il suo tempo libero. Il sabato, la domenica e quando gli impegni di lavoro glielo permettevano, ai tre si univa anche un altro Dino, il Damari, conosciuto e apprezzato spedizioniere doganale della Ditta Scotto e Vincenzini, cognato del Malanima. Fisico snello e longilineo, tra i due parenti la differenza d’altezza si evidenziava chiaramente e gli amici, per distinguerli, chiamavano l’uno “Dino piccino”, l’altro “Dino grande”.

Durante la primavera e l’estate, abbandonato il gioco delle carte, l’argomento e l’occupazione preferite dai tre amici era la barca e la preparazione delle partite di pesca. Venivano effettuate la manutenzione stagionale, la pulizia dell’intero scafo e una doppia mano di vernice, anche alla carena, il controllo di cime e cavi, la revisione del motore, così da essere pronti alle prime battute di pesca, avendo avuto cura di “revisionare” anche l’armamentario loro necessario, canne, correntine, qualche palamito.

Dino Malanima era proprietario di una gozzetta di quattro metri e 80, il motore era a benzina e il suo nome davvero augurale, “Ritorna”, ma quante battaglie per tornare a terra, al sicuro ricovero del “Nazario Sauro”! Ogni volta che i tre si imbarcavano, l’avventura era quasi certa, come ci dice sorridendo il figlio Luciano. Quel motore faceva sempre qualche scherzetto non sempre allegro. Erano sufficienti alcuni schizzi d’acqua di mare e quel “pezzo di ferraccio” si rifiutava di ripartire. Allora Dino e i suoi amici, stanchi di una situazione che poteva farsi anche difficile, escogitarono un sistema “sicuro”. Quando Dino doveva mettere in moto, uno degli amici si piazzava a poppa con un pezzo d’incerata, “faceva parete”, cercando di evitare una doccia al capriccioso motore. L’accortezza era sicuramente banale, eppure efficace, perché il motore smetteva di fare i capricci. I tre, però, non sapevano che la nebbia li avrebbe messi ben presto nei guai. Era un pomeriggio ideale per la pesca e i quattro amici si stavano tranquillamente recando verso le secche della Meloria, quando uno d quei nebbioni che sembrano un’apparizione incredibile nel nostro mare, si alzò come una immensa coltre e nello spazio d’acqua dell’entratura, tra il Faro e il Molo Novo, fu il buio assoluto, impenetrabile, angoscioso. “Puntino” si mise di vedetta e con la mano tesa sopra gli occhi cercava di capire dove si trovasse la barca e quale fosse la direzione giusta per rientrare nel sicuro rifugio del “Moletto”. Un dramma, trovarsi sulla rotta abituale delle navi mercantili sapendo di non essere lontani da terra e dalla salvezza, paralizzati dalla impenetrabile cortina. In questi casi un senso di smarrimento e di paura afferra alla gola anche i più coraggiosi, ma l’impotenza e il sentimento frustrante di non poter muovere un dito per il timore d andare verso una catastrofe, impedisce a chiunque qualsiasi iniziativa logica. I cellulari in quei lontani anni non esistevano ancora e le attrezzature di bordo lasciavano il tempo che trovavano. Di radio non se ne parlava nemmeno, era un opzional per ricchi, c’erano i razzi, ma quanto tempo era che non venivano rinnovati perché troppo cari? Cosicché, quando veniva il momento di usarli, come accadde in quel frangente, facevano cilecca ed eri “del gatto”. In barca tenevi l’attrezzatura minima, perché era obbligatorio, ma quel guazzabuglio incartato in una cerata o era scaduto o l’avevano deteriorato quasi sempre l’umidità e il salmastro.
Improvvisamente “Puntino” comincò a gridare: “Ferma, ferma! C’è una nave, gli si va addosso!”. Fu pura fortuna che ad avanzare non fosse una nave, bensi una motovedetta della Guardia di Finanza, che si trovava probabilmente nella stessa situazione dei malcapitati pescatori. Per un soffio riuscirono ad evitare I ‘impatto, ma la paura fu davvero molta, di quelle che non si dimenticano. I malcapitati videro ancora i cosidetti “sorci verdi”; poi la nebbia si diradò un po’ e la trasparenza che qua e là strappava la filtra coltre permise ai malcapitati di vedere alcune luci che indicarono loro la rotta per il Moletto. Misero piede a terra e tutti ringraziarono la Madonna di Montenero che protegge naviganti e pescatori, anche se, da buoni comunisti, non erano molto devoti, soprattutto Dino.Andare in chiesa non capitava che di rado e sia ai matrimoni che ai funerali, una vera folla aspettava la fine della funzione conversando sul sagrato della chiesa.

La nebbia è sempre stata una brutta bestia per i pescatori che non potevano fare assegnamento su potenti radio, figuramoci i radar, forse più del mare in burrasca che, se non altro ti avverte permettendoti di rientrare nel sicuro rifugio a terra. Negli anni ‘70 una barca livornese con alcuni pescatori si perse in mare proprio a causa della nebbia. Venne trovata due giorni dopo e “il Tirreno”, giornale della nostra città, uscì in edizione straordinaria per annunciare l’esito della vicenda che aveva fatto stare in ansia tutti i livomesi. I pescatori, amici per la pelle, non finivano mai di sfottersi tra loro nel corso delle partite di pesca, quasi sempre ai paraghi, ma quando la stagione lo permetteva, si dedicavano ai totani o alla “trama” per le occhiate. Quando pescavano sul fondo, la migliore qualità di pesci erano le boccacce e i bolagi, ma molti i nicchi dire e le bavose. In quegli anni però (ma anche in questi, potete giurarci!), non si restituiva niente al mare. Certo, con le bavose non si potevano preparare grandi pietanze, ma con il resto una cena poteva essere rimediata, e magarila minestra di pesce per il desinare dell’indomani. Se non altro per recuperare i soldi della benzina e dei lombrichi. Nei ricordi di Luciano Malanima la preda più grande mai pescata da suo padre fu un parago di quattro chili e mezzo. Si trattò di un avvenimento eccezionale, tanto che il compianto Dino invitò a casa sua i parenti più stretti per una cena indimenticabile. E notare che questo amante del mare e della pesca, oltre che astemio, era allergico al pesce. Preferiva, come quella sera, un buon piatto di minestra e una braciolina scaldata, accontentandosi di guardare gli altri gustare la prelibatezza di quelle polpe candide e saporitissime. Molte volte capitava ad un abbondante pescato e albira era festa grande per tutti i casigliani che si vedevano regalare il pesce sufficiente per una bella cena. A chi gli faceva notare come fosse scalogna nera pescare e non mangiare anche i pesci più saporiti, Dino rispondeva che i pescatori veri amavano pescare, ma non mangiavano il pesce. Mah, saréà stato anche vero, però Luciano e gli altri del “Moletto” non ci credevano, anche perché loro il pesce lo mangiavano. Eccome!

 

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