Moletto Nazario Sauro Livorno

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Negli anni dello splendore, quando sulla spianata dei Cavalleggeri c’erano anche le montagne russe e ai Bagni Trotta si poteva trascorrere una serata guardando le pellicole dei Fratelli Lumière, i cui epigoni livomesi, furono tra i primi ad aver compreso l’immenso valore della cinematografia; allora la Regina d’Etruria si bagnava sullo scoglio nero, dove sarebbe stato poi realizzato lo stabilimento balneare frequentato da principi, nobili, intellettuali, il “Dirigibile”, enorme gozzo costruito per “l’Arrisi’o”prendeva il mare alla conquista di qualche nave da scaricare, mentre gli idrovolanti volteggiavano nell’azzuffo del cielo passavando bassi davanti ai “Trotta”, allo “Scoglio della Regina” e alla Bellana, per ammarare all’idroscalo, pescatori di San Jacopo e zone limitrofe ormeggiavano le loro barche nello specchio d’acqua che bagnava lo “Scoglio della Regina” e la Spianata dei Cavalleggeri, autentici pionieri di un luogo suggestivo e discreto che in seguito sarebbe divenuto un gioiello della nostra costa: il Moletto “Nazario Sauro”.

Fra il Moletto covo di veri appassionati di mare, volti scuri e severi mangiati dal sole e dalla salsedine, oggi entrati nella leggenda popolare, gente capace di conoscere ogni angolo della costa, di fiutare il vento e l’arrivo della buriana, come le loro donne una presa di tabacco “maobino”. San Jacopo possedeva un’antica tradizione, forse la più antica del borgo di questo “castello” (così i vari possedimenti di Pisa venivano chiamati), abbarbicato tra scogli e paludi. Erano i tempi della “Cala dei Genovesi”, laddove oggi c’è l’interrato dove sorgono alcune abitazioni situate sotto il livello stradale. Qui iniziarono la loro attività i “maestri d’ascia”, una categoria d’artisti del legno capace di costruire autentici capolavori. Si trattava di personaggi circondati da un alone di magia, per le loro creazioni e furono proprio i maestri d’ascia ad essere i fautori della nascita della cantieristica nautica livomese. Per oltre un secolo essi formarono una miriade di società allo scopo di affermare la valenza della loro professione e traccie delle varie fondazioni dei maestri d’ascia si sono avute fino agli anni ‘60. Vere e proprie aggregazioni mutualistiche e professionali che permisero a questi artisti del legno e delle costruzioni navali di assumere una notevole importanza, infatti molte delle loro opere sono ancora presenti esaltando- ne le capacità e rimasero in vita sino alla metà degli anni ‘50. Comprendevano carpentieri, calafati, palombari, impegnati nei settori della carpenteria e della meccanica, nella costruzione di ponti, scali e banchine, bacini, riparazioni anche in mare di qualsiasi dimensione, in legno e in metallo, I soci mettevano a disposizione della cooperativa i loro attrezzi mantenendone però, la proprietà mentre le cooperative contrattavano i lavori da realizzare. procaeciando lavoro ai loro soci che non potevano ‘accasarsi” in altre ditte o cooperative, pena la loro cancellazione dai ruoli. Soltanto se la cooperativa concedeva il nulla osta, i soci potevano assumere altri impegni di lavoro. La formazione dei maestri d’ascia avveniva in modo semplice, lineare, Il mestiere veniva trasmesso ai giovani attraverso un apprendistato durante il quale ricevevano una piccola cifra settimanale, ma il patrimonio di professionalità e preparazione ricevuto in cambio, era di grandissmo valore. E’ stata proprio la “Cala dei Genovesi” il primo “moletto” dei “Sant’jacopini”, al tempo in cui, laddove sarebbe sotto il Lazzaretto e più tardi l’Accademia Navale, c’erano tre polle d’acqua pura che dettero alla località il nome “Acquaviva”. Del resto molti nomi nel quartiere di San Jacopo sono legati a particolarità evidenti nei tempi passati. Via dè Funaioli, ad esempio, ebbe questo nome dai magazzini dove le donne intrecciavano la canapa per le funi di ogni dimensione dei velieri.
Un quartiere antichissimo e tra questa storia e la nascita del Circolo della Pesca “Moletto Nazario Sauro”, c’è un filo rosso che arriva fino ad oggi, legato alla tradizione ricordata e rispettata e agli evidenti progressi nati dai progetti e da quanto hanno realizzato gli appassionati soci e dirigenti di ieri e di oggi.
Quando il Moletto non esisteva ancora, questo tratto di costa era già il più famoso del lungomare livornese. Si era negli anni tra l’Ottocento e il Novecento e già in quell ‘epoca ormai persa nelle nebbie del tempo, l’intera costa è stata sempre molto importante per tutti i livornesi; ogni anfratto, la piccola baia, l’insenatura, la muraglia della lunga scogliera, sono tutti luoghi legati alla vita quotidiana dei pescatori e, in estate, dei livornesi in generale. In questi anni di degrado atmosferico qui è possibile respirare e apprezzare l’aria salubre e la bellezza del nostro grande amico, il maestoso mare blù, spesso tendente all’indaco, e che da sempre e per sempre, farà parte della storia di Livomo e della vita di tutti i suoi cittadini.

Livorno è nata con il mare e grazie al mare è riuscita, in virtù dell’intuizione dei Medici, Signori di Toscana, a diventare uno dei grandi scali del Mediterraneo, un autentico bazaar capace di registrare in un anno l’accosto di 600 legni. La città ha prosperato nei suoi secoli «oro, il Seicento e il Settecento, ospitando genti provenienti da tutte le parti del mondo, esuli perseguitati, poeti e scrittori, scienziati e pirati, galeotti e santi, un autentico crogiolo di razze, fedi e ideali. Col mare, questa città indornita, capace nel 1400 di sostenere l’urto della flotta genovese e poi dell’esercito germanico per rimanere ancorata alla Toscana, è riuscita a crescere, nonostante abbia dovuto superare le tragedie che colpiscono tutti i popoli della Terra, la miseria, la violenza e le distmzioni operate dalla guerra, soprattutto le conseguenze pesanti dei due conflitti esplosi nei primi cinquant’anni del ‘900 ma, grazie all’abbraccio di questo autentico ‘grande fratello”, ancor oggi i livomesi vivono e lavorano alimentando le loro speranze per il futuro. Ogni cittadino labronico conosce almeno i fondamenti di una storia, quella della propria cìttà, carica di significati. densa di avvenimenti e personaggi di grande rilievo, in parte dimenticati per l’inesorabile trascorrere del tempo, così come conosce le trasformazioni urbanistiche, operate non sempre con un occhio al passato e alle proprie radici, cancellando spesso importanti opere architettoniche da preservare o incantevoli angoli paesaggistici.
Le guerre, come ricordato, hanno distrutto gran parte del patrimonio architettonico e storico della nostra città, ma non hanno cambiato il carattere della sua gente, schietto, spesso burbero, spiritoso e dissacrante, qualche volta indisponente, ma generoso, altruista, sempre pronto a smuovere la gente alla solidarietà, capace di mutare se stesso nello scorrere del tempo, eppure, sempre capace di aiutare ed aiutarsi. Uinfluenza del mare, la cocciutaggine del carattere, immutato fino ad oggi e una forza d’animo davvero ammirevole, hanno permesso di trasformare il piccolo porto di pescatori soggetto a Pisa, nella grande realtà internazionale di oggi, collegata agli scali di tutto il mondo.
Una città, Livorno, aperta, luminosa, nata dalla fusione e dalla simbiosi di tante etuie e diverse civiltà, come sta accadendo anche in questo terzo millennio, in un mondo dove interi popoli trasmigrano per dare ai loro sogni la speranza di una realtà diversa e concreta. Gente, la nostra, legata al porto, al commercio marittimo, alla pesca, vista non soltanto come lavoro, ma anche come esaltazione del proprio tempo libero e, come accade in ogni grande struttura affacciata sul mare, registra anche le attività cosidette “illecite”, soprattutto quelle legate al contrabbando. Una città amata da chi vi è nato e anche dagli uomini e dalle donne venuti ad abitarci. Unisola felice? No, una città come tutte le altre, ma, per noi la migliore e la più bella del mondo, nella quale, i problemi di un’epoca ormai globalizzata sono quelli di ogni realtà sociale, molti e duri da superare, il fallimento del Cantiere Navale “Fratelli Orlando”, ad esempio, è senza dubbio il più doloroso. Doloroso, perché tra Moletto e Cantiere vi è sempre stata simbiosi e molti protagonisti di questa storia lavoravano con ingegno nella “fabbrica” storica della nostra città.

La passeggiata dei livornesi di scoglio inizia sempre alla Bellana dove spesso il pungente odore dello jodio ne accelera il passo, portandoli davanti allo Scoglio della Regina, proiettato sul mare. Nonostante il suo declino, che sembra in procinto di essere superato con opere di bonifica e restauro, il luogo mantiene quasi intatta la suggestione e la bellezza di quello che fu Io stabilimento balneare più “In” della Livorno ottocentesca. Forse il nostro giudizio è esaltato dalla grande affezione che portiamo a questo luogo e le ragioni sono tante, dalla pesca, dal sole preso sulla diga, dal bacio strappato alla “bimba” nei profumati boschetti di tamerici. Ebbene, questo per noi è di certo, l’angolo più bello e vivibile di uno stupendo scorcio del nostro lungomare. A renderlo tale] ‘esistenza dal Moletto “Nazario Sauro”, il porticciolo che negli anni successivi al primo dopoguerra, venne dedicato all’eroe irredentista, grande uomo di mare. Per noi, e non solo, questo è il piccolo salotto della costa. autentico angolo di paradiso che preferiamo ad ogni altro. nonostante di luoghi di indubbio fascino sia ricco il lungomare che dalla Bellana raggiunge la “Costa degli Etruschi”. E’ un luogo conosci utissimo dai livomesi, riposto nel cuore, ma sempre presente anche nella mente dei più distratti tra i suoi appassionati frequentatori e non solo da chi sente nell’anima il senso di una stmggente nostalgia del passato, del ricordo di figure familiari scomparse, di giorni ormai perduti, ma anche dai giovani e in chi “è venuto dopo”; quelli, tanto per intenderci, che nelle sere d’estate si assiepano sulle spallette in cerca di quella dolce frescura che ristora, e in autunno, cercano con la loro ragazza di allungare l’incanto di stare insieme. Per questi motivi e per altri, come vedremo, il “Moletto” così viene affettuosamente definito dai livornesi, è un luogo ricco di storia, denso di vita per la presenza delle barche e dei pescatori che rendono più suggestiva una passeggiata e la riempiono di indubbio fascino. Un importante punto di ritrovo e di attività marinara, dove a predo- minare è la passione per il mare, per i suoi lunghi silenzi, balsamo per lo spirito di quanti amano titemprarsi da questa esistenza vissuta di corsa, trascorrendo ore ed ore nell’abbraccio dell’azzurro intenso del mare e del cielo, del piombo fuso che ti avvolge, quando sul giorno gravano grige le nubi sospinte dal vento. L’amore per il “Moletto” dei tanti personaggi che popolano la galleria dei ricordi e delle leggende, ha posto il “Nazaro Sauro” in una dimensione speciale nella realtà marinara di questa nostra città. La passione per il mare ha fatto del “Moletto” una struttura assai ben curata ed efficiente, capace di ospitare due realtà veramente importanti del mondo marinaro labronico, il Circolo della Pesca e il Circolo Nautico Livorno.
Per il Circolo della Pesca Mo- letto “Nazario Sauro”, (questo il nome sociale esatto), il 2002 rappresenta un’anno importante, fondamentale per la sua storia, perché ricorre il ventennale della sua fondazione; è una data indimenticabile per tutti coloro che, in questi vent’anni, hanno dato un prezioso contributo, “una mano”, come si dice da noi e (anche qualcosa di più), per realizzare un ambiente vivibile e tùnzionale. Con queste pagine s’intende compiere un excursus nella storia del “Moletto”, da quando non era ancora l’attuale infrastruttura, fino ad oggi. Una raccolta di episodi, aneddoti e tantissime foto, documenti storici custoditi gelo samente dai dirigenti di ieri e di oggi, legati dall’intreccio di una vicenda comune, quasi a mettere un punto fermo, su fatti e personaggi che hanno legato gran parte della loro esistenza a questo porticciolo, a due passi dal Cantiere Navale, per i quali ha significato la sopravvivenza e la forza di una speranza, negli anni bui della dittatura e del dopoguerra.

 


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